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Nonostante le resistenze culturali, l’inclinazione alla genitorialità è stata scientificamente attribuita ad un’abilità che, lungi dall’essere innata e genetica, si affina principalmente con l’esperienza. In tal senso la paternità e la maternità possono essere intesi come processi ed esperienze che si costruiscono prima come vissuto intrapsichico nei confronti del figlio e della sua attesa e poi come relazione interpersonale.

Nella letteratura di riferimento diversi sono gli studi che riportano però differenze tra le funzioni e i ruoli che i genitori assolvono nell’interazione diretta con il bambino, ma pare crescere la consapevolezza che tali differenze siano da attribuirsi più al retroterra culturale che non a “leggi biologiche”. In tal senso infatti, nel ripercorrere la letteratura antropologica, seppur pochi siano gli esempi di civiltà nelle quali i padri si siano occupati dell’allevamento dei piccoli, essi paiono dimostrare che non vi è una “legge genetica” a stabilire tale primato. Sembrerebbe che per “definizione” la gravidanza e di conseguenza l’accudimento dei piccoli siano stati per molto tempo considerati esclusivamente “faccenda da donne”.
Come è cambiata oggi tale prospettiva ?
In riferimento alla psicologia dello sviluppo e alla pedagogia del ciclo di vita, si è spesso messo in evidenza come i papà tendano a prendere consapevolezza della gravidanza con maggiore lentezza rispetto alle madri, ciò verrebbe attribuito al fatto che essi non siano coinvolti nei processi di cambiamento corporeo che da subito interessano la donna e che solo in un secondo momento sarebbero “visibili” ai papà.
Nella donna i cambiamenti corporei procedono di pari passo con quelli psicologici e dunque il figlio “prende spazio” contemporaneamente nel corpo e nella psiche della madre, invece gli uomini prenderebbero effettivamente consapevolezza della propria condizione di padri, solo successivamente e talvolta con la nascita stessa del piccolo. Per fortuna stiamo assistendo ad un cambiamento, che seppur ancora molto lentamente, tende a svincolarsi dalle convinzioni delle differenze di genere e a consegnare valore e complessità al ruolo genitoriale indipendentemente dal sesso, dai geni, dalla procreazione biologica.
La famiglia e la genitorialità cominciano a prescindere dall’evento biologico della nascita e considerate nella loro complessità come sistemi; pensiamo ad esempio alla genitorialità adottiva: l’attesa del figlio desiderato, conserva tutte le caratteristiche psichiche ed emotive che accompagnano la gravidanza biologica: si costruisce l’immagine del piccolo, si “modifica” il “corpo” della famiglia, per destrutturarsi e ricostruirsi “nuovo”.
E se questo cambiamento culturale stesse addirittura influendo sul nostro patrimonio biologico? Sull’American journal of human biology, è stato riscontrato che durante la gravidanza sia le madri che i padri subiscono delle modificazioni ormonali che avvicinano donna e uomo: nella prima aumentano i livelli di testosterone, progesterone, cortisolo ed estradiolo e nell’uomo si ha invece un abbassamento dei livelli di testosterone ed estradiolo.
Riconoscere la paternità significa riconoscere la bellezza e la necessità del coinvolgimento attivo di ogni genitore nella relazione con il proprio piccolo, con il partner e del proprio vissuto emotivo a riguardo. È fondamentale, in tal senso, continuare a produrre consapevolezze relativamente alla parità di genere, per assicurare il riconoscimento di diritti, doveri e bisogni delle mamme e dei papà, perché siamo ben altro che pacchetti predeterminati di geni e stereotipi culturali!
Nell’ambito educativo questa sfida va affrontata anche nella relazione educativa, tanto nel contesto familiare che in quello educativo. In che modo?
Se le aspettative dei genitori riguardo ai propri figli sono così diverse a seconda del loro sesso è naturale che i bambini vi reagiscano subito, aderendovi fin dai primi richiami. Tale adesione si rafforza durante la crescita, subendo anche fuori dalla famiglia, fortissime pressioni verso l’adeguamento a ciò che è socialmente conforme.
Ciò che va dunque preteso ed operato, tanto nel contesto familiare che in quello educativo, è di promuovere una maggiore consapevolezza ed un’evoluzione culturale, laddove determinati schemi mentali e convinzioni sociali resistono, a nostro danno, al cambiamento.
Dobbiamo prendere coscienza dei condizionamenti subiti e che a nostra volta trasmettiamo rigidamente, a scapito dei nostri figli, dei nostri allievi, dei bambini di cui ci prendiamo cura. Senza rendercene conto infatti, rischiamo di incastrare i bambini in etichette che non sempre corrispondono al loro bisogno: la scelta del colore preferito, del gioco preferito, della materia preferita, dell’eroe preferito non andrebbe socialmente orientata a seconda del sesso del bambino, ma dovrebbe costruirsi in un processo autentico di conoscenza e di ascolto rispetto alla specificità e unicità di quel bambino, indipendentemente dalle sue caratteristiche biologiche.
Va restituita ad ogni individuo che nasce la possibilità di svilupparsi nel modo che gli è più congeniale, indipendentemente dal sesso cui appartiene.

Bibliografia

–           Battaglia A., Benedetti S., Fuzzi A., Grazia A., Monini T., Orsoni B., Pedroni M., Sasso D., Educare al maschile. Paternità, maternità e condivisione. Prove di dialogo tra servizi e papà. Unità di Documentazione GIFT, Ferrara.

–           Giannini Belotti E., Dalla parte delle bambine, Feltrinelli, Milano 1973.

–           Schaffer H. R.,  Lo sviluppo sociale, Raffaello Cortina Editore, 1998.

 

Sitografia

–      www.humantrainer.com

–      http://www.focus.it

Stefania Tedesco

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