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Si può parlare di estetica riferita ai servizi educativi? Si può e si deve perché l’esigenza pedagogica più attuale è quella del superamento di alcuni stereotipi e della banalizzazione che riguardano il mondo dell’infanzia.

Ai bambini piacciono i colori, è vero, ma questo non significa che scuole e asili debbano avere pareti gialle rosse e blu, pavimenti verdi, pupazzi di ogni genere attaccati alle pareti e alle finestre.

Il tema dello spazio è al centro delle più moderne teorie pedagogiche, che lo intendono come soggetto educativo ed educante, il “terzo educatore”, come lo ha definito Loris Malaguzzi.

I luoghi educativi sono innanzitutto luoghi di vita. Porre attenzione all’estetica dei luoghi educativi apre infinite possibilità di azione nei confronti dei processi di apprendimento dei bambini e di relazione-interazione tra bambini e tra bambini e adulti. L’ambiente fisico in cui viviamo influisce sulle nostre emozioni e sul nostro comportamento. Inoltre nel bello, si sa, si vive meglio.
La bellezza negli spazi educativi è sinonimo di cura e di attenzione da parte di un professionista che quegli spazi li ha pensati e predisposti, pensando al benessere dei bambini e delle famiglie che li frequentano.

 

Gli psicologi americani hanno condotto degli studi specifici partendo da un quesito fondamentale: quando le persone stanno bene in un luogo? Le risposte emerse sono importanti indicazioni per chi progetta e cura spazi educativi. Le persone stanno bene in un luogo quando possono manipolarlo, modificarlo in relazione alle proprie esigenze, quando il luogo dunque racconta qualcosa di chi lo abita. Uno spazio educativo deve sapersi raccontare, i bambini stessi devono ritrovarsi in quegli spazi, riconoscere tracce del proprio percorso di crescita, delle proprie esperienze, vissute in autonomia o condivise.

E’ chiara a questo punto l’esigenza, da parte del personale educativo, di ripensare gli spazi in funzione delle esigenze dei bambini e dei gruppi educativi, di modificarli ogni volta che ne emerga la necessità, per renderli vivi, fluidi, in un’evoluzione che tiene il passo con i bisogni e le tappe evolutive dei bambini.
Arredi e materiali, dunque, hanno una caratteristica di mobilità, vivacità, rinnovo, non restano mai uguali a sé stessi, in una dimensione dove lo sguardo dell’adulto tiene in considerazione prima di tutto il contesto in cui ci si trova a vivere e lavorare.

I materiali sono un elemento centrale quando si parla di spazi, poiché gli spazi senza materiali sono sterili. La scelta e l’impegno pedagogico che deve essere portato avanti con forza è la rinuncia al banale, al dozzinale.
Tra i materiali che si possono inserire all’interno di un contesto educativo, quelli con le maggiori potenzialità, sono quelli non strutturati, espressione dell’incontro tra mondo artificiale e mondo naturale, con una gamma ampia e diversificata: plastiche, metalli, tessuti, carta, legno, sassi, fiori, frutti, pigne, etc.

Queste cosiddette “materie intelligenti” viaggiano sull’onda della «non prevedibilità». I materiali non strutturati, infatti, sono imprevedibili, contengono in sé tanti modi di utilizzarli, quanti sono i bambini che ci giocano. Studi approfonditi nel campo della pedagogia e della psicologia, affermano che il gioco con i materiali non strutturati (giochi con un utilizzo non predefinito dall’adulto, ma spontaneo, che sostiene ricerche e apprendimenti individuali e portati avanti dai bambini), ha effetti positivi sulla capacità di attenzione e stimola maggiormente la plasticità neuronale.

 


Ultimo importante aspetto da considerare è quello ecologico: il riutilizzo di materiali di scarto, che posti in un altro contesto assumono nuovi significati, consente di operare in un’ottica di educazione solidale col pianeta e di limitare l’impatto ambientale. Scarti aziendali, come quelli proposti dell’officina di recupero creativo “Remida”, possono davvero fare la differenza. Un oggetto che in un contesto aziendale viene definito “scarto”, nelle mani di un bambino può diventare risorsa, possibilità, ricerca, sorpresa, indagine.

Ci auguriamo dunque che la tendenza educativa del futuro prossimo possa essere quella di tornare ai materiali semplici, alla bellezza dei luoghi, ai colori tenui, a spazi che possano essere riempiti dai bambini.

Manuela Murgo

 

Bibliografia
“Materiali in gioco. Contesti, allestimenti, ricerche”. A cura di Sabrina Bonaccini., 2018, Edizioni Junio

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