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Nel lavoro con le famiglie nei servizi educativi e nei contesti clinici, capita spesso di incontrare genitori indecisi sulla possibilità di comunicare o meno ai loro figli una brutta notizia.
Che si tratti di un lutto, una malattia o una separazione l’interrogativo che pongono è sempre lo stesso: “dobbiamo dirlo o no ai bambini?”.
L’istinto di ogni genitore è, ovviamente,  quello di proteggere i più piccoli da tutto quello che potrebbe turbarli ma “tenere il segreto” è davvero una soluzione protettiva?
La risposta è no:  omettere una o più cattive notizie non giova al benessere psicologico dei bambini.

L’esperienza ci dice che i bambini, sin dalla più tenera età,  hanno “antenne” sensibilissime per cui sono perfettamente in grado di cogliere il clima emotivo presente in casa;  comprendono, spesso meglio degli adulti, il linguaggio non verbale, a loro non sfuggono le espressioni tristi o preoccupate della mamma e del papà e si accorgono dei sospiri dei genitori e del loro parlare a bassa voce.
Il silenzio, la mancanza di spiegazioni ed il comportamento turbato dei genitori possono provocare nei bambini emozioni contrastanti e il rischio è di riempire il vuoto di informazioni con fantasie che sono addirittura peggiori della realtà.

Se non vengono informati delle ‘cattive notizie’, naturalmente nel modo più adeguato alla loro età e capacità di comprensione, i bambini si trovano a confrontarsi con qualcosa di minaccioso ma,  soprattutto, sconosciuto.
Nel caso di un lutto, come la morte di un nonno, possono nascere nel bambino delle fantasie angosciose legate alla scarsa chiarezza delle ragioni del decesso o alla parziale comprensione della morte e delle sue cause.
Potrebbe quindi sentirsi responsabile della morte del parente oppure credere che un tale comportamento porterà lui stesso a morire, non avendo chiarezza di cosa sia realmente la morte.

I bambini, come dimostrato da numerosi studi tra cui quelli di J.Bowlby sulle reazioni alla perdita, soffrono e vivono il lutto in modo non molto diverso dagli adulti, quello che cambia è soltanto la manifestazione esterna della sofferenza.
Diventa quindi fondamentale esplorare con il bambino l’evento luttuoso e le sue cause in modo da aiutarlo a dare un significato alla scomparsa dell’altro e a concretizzare concetti difficili come quello di irreversibilità dell’evento.

Dare ad un bambino una brutta notizia può spaventare: trovarsi di fronte al dolore del proprio figlio è sicuramente causa di una forte angoscia ma è importante affrontare anche questioni dolorose in modo che il bambino non si  senta escluso da quel segreto di cui percepisce l’entità.
Parlare con i bambini con delicatezza di quello che sta accadendo gli permetterà di avere gli strumenti giusti per elaborare e superare il momento difficile.
E’ giusto quindi rispondere con sincerità ad eventuali domande dei bambini utilizzando un linguaggio comprensibile e magari facendosi aiutare da storie, personaggi immaginari, libri adatti alla loro età.

Alcuni libri che trattano l’argomento della morte in maniera molto delicata e possono venirci in aiuto; tra questi “La nonna addormentata” di Roberto Parmeggiani e “La nonna è ancora morta?’”di Alba Marcoli, che trattano con incredibile tatto, attraverso ricordi, favole e osservazioni personali, il tema della perdita intesa sia come lutto che come separazione.

Di grande supporto per i genitori è senz’altro anche “L’emozionometro dell’ispettore drillo” di Susan Isern, un libro per ragionare su cosa può scatenare un’emozione e come imparare a gestirla.

 

Arianna Minichini

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