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“FEMALE PEDAGOGICAL POWER”: DONNE CHE HANNO CAMBIATO IL MODO DI FARE EDUCAZIONE

8 marzo, Festa della Donna. Forse non tutti sanno che l’origine di questo appuntamento annuale è tutt’altro che festoso e, anche, piuttosto oscuro. Si pensa che in quel giorno, nel 1908 o 1910, in un incendio in una fabbrica newyorchese siano morte molte operaie, ma di questo evento non vi è in realtà traccia documentale. Ciò che invece è documentabile è la quantità di manifestazioni per rivendicare i diritti delle donne che si sono susseguiti dall’inizio del 1900 fino ai giorni nostri.

La prima grande manifestazione di donne avvenuta proprio l’8 marzo risale al 1914 in Germania, per la rivendicazione del diritto al voto. Nel corso del tempo, poi, l’8 marzo si è riempito di contenuti sempre diversi, è stato a periodi impedito o ostacolato, a tratti commercializzato e destituito di senso o viceversa partecipato in modo massivo come rivendicazione dei diritti delle donne al rispetto, alla dignità, alla parità umana e sociale nei confronti dell’universo maschile, e come condanna di fenomeni quali violenza di genere, femminicidio, machismo, diseguaglianze.

Per strutturare il nostro contributo a questo tema ci piace partire da quello che facciamo ogni giorno a Baby & Job: studiare ed approfondire i metodi educativi, attualizzarli, rivisitarli ed integrarli nel nostro modello pedagogico. Per cui abbiamo pensato di ricostruire, da una prospettiva storica, i contributi che alcune pedagogiste hanno portato alla materia: una rassegna che sicuramente per brevità tralascia tanti contributi importanti, ma che vuole essere un tributo di ringraziamento al lavoro fondamentale che in ambito educativo hanno portato alcune donne e pedagogiste, spesso con idee rivoluzionarie e liberali, sfidando il contesto sociale e le convenzioni.

L’esempio più illuminante in tal senso è ovviamente Maria Montessori. Non deve essere stato facile a inizio 1900 per una giovane donna – prima in assoluto in Italia ad avere il coraggio di frequentare un’Università tutta al maschile e di laurearsi brillantemente in Medicina – stravolgere completamente l’idea di educazione, scagliandosi contro un sistema scolastico radicato instaurato da un uomo della statura di Ferrante Aporti: oltretutto, non un uomo qualunque, ma un pedagogista rispettato, ricercato e osannato anche all’estero. Il mondo della pedagogia, nei secoli e fino ai suoi giorni, era stato dominato da figure maschili: Rousseau, Froebel, Pestalozzi, Dewey, Decroly, Claparede, Steiner…. per citarne solo alcuni. Montessori crea la prima Casa dei Bambini nel 1907 e prosegue la sua opera in pieno ventennio fascista: quando, guarda caso, la Festa della Donna viene addirittura abolita (sarà ripristinata solo a fine guerra, nel 1945). E’ vicenda nota infatti l’esilio cui Montessori fu costretta dal Regime Fascista, la sua immagine e i suoi libri furono addirittura dati alle fiamme dai nazisti a Berlino e a Vienna. Ma l’esilio – e questo è il lato positivo – la porterà a diffondere il suo Metodo in tutto il mondo, con caparbietà e determinazione, a dispetto di tutto e di tutti. Da noi, in Italia, il riconoscimento del suo fondamentale contributo sarà tardivo ma incisivo (nel 1987 una legge dello Stato ha dato alle scuole pubbliche la possibilità di scegliere se adottare il Metodo Montessori). Un Metodo, il suo, che si fonda nella sua essenza su un principio di libertà, di riconoscimento della persona e dei diritti dell’infanzia: non poteva che essere ideato da una donna che questi principi li ha difesi per tutta la vita (anche a discapito della propria vita privata: è nota anche la vicenda legata al figlio nato fuori dal matrimonio, alla cui educazione ha per tanti anni dovuto rinunciare) e anche davanti a platee internazionali: suscitò clamore in tutta Europa nel 1896 il suo intervento al congresso internazionale femminile di Berlino, dove parlò dell’istruzione delle donne in Italia, dell’attività delle associazioni femminili, della condizione delle lavoratrici.

Se Maria Montessori per il suo spessore morale, civile e scientifico rimane l’esempio più illuminante di donne-pedagogiste che hanno cambiato il mondo dell’educazione, va ricordato che più o meno negli stessi anni Rosa e Carolina Agazzi portavano avanti un’altra “rivoluzione” con l’istituzione della “scuola materna”: in alternativa alla rigidità degli istituti aportiani proponevano un modello “materno”, una scuola-casa in cui gli affetti e le relazioni con insegnanti vicarie delle mamme rappresentavano la base dell’educazione. Il successo più grande dello sforzo delle sorelle Agazzi è stato, in un anno “caldo” di rivendicazioni di diritti sociali come il 1968, che lo Stato Italiano abbia adottato proprio questo modello per le allora nascenti scuole materne a gestione statale.

Altre donne-pedagogiste importanti e, ciascuna a proprio modo, rivoluzionarie hanno apportato contributi fondamentali al mondo dell’educazione in anni ancora dominati dallo strapotere maschile.

Pensiamo per esempio ad Emmi Pikler: che ha iniziato come semplice pediatra, ma la cui fama – ironia della sorte – ha addirittura oscurato quella del marito, che invece di professione faceva proprio il pedagogista… Il suo approccio ai bambini dell’orfanatrofio di Loczy a Budapest (dove ha operato dal 1946 fino alla morte nel 1984) è splendidamente riassunto nel titolo del suo libro “Datemi tempo”: un invito al rispetto dell’infanzia, nei suoi modi e nei suoi tempi, un riconoscimento dell’unicità, dell’autonomia e delle straordinarie potenzialità dell’essere umano, fin dalla nascita.

“Persone da 0 a 3 anni” è il titolo altrettanto evocativo del testo più noto di Elinor Goldschmied, educatrice e pedagogista britannica che ha cavalcato tutto il 1900, supportando, pur fra due guerre mondiali, bambini e famiglie in difficoltà: Goldschmied riconosce nei bambini delle vere e proprie “persone”, individui unici e speciali, che meritano l’attenzione di figure di riferimento stabili (da qui, il metodo di lavoro a piccoli gruppi e l’idea dell’educatrice come “persona chiave”) e proposte di gioco adeguate alle loro caratteristiche e non adultocentriche (da qui, le arcinote e ancora attualissime proposte del Cestino dei Tesori e del Gioco Euristico).

E ancora, per restare nel secolo scorso: Ute Strub, fisioterapista e collaboratrice di Pikler, che a Berlino negli anni ’60 ha dato vita allo Strandgut, una sorta di atelier articolato nella Stanza della Sabbia e nella Stanza della Paglia: una sana immersione per i bambini nella gioia, nella bellezza, nel gioco fine a se stesso, nella libertà, nella possibilità di muoversi come si desidera; Dora Kalff, psicologa ideatrice negli stessi anni della Sandplay Therapy (gioco della sabbia), che Paola Tonelli ha avuto l’intuizione di trasferire dall’ambito terapeutico a quello educativo, dando vita a quel preziosissimo strumento ludico che è la Scatola Azzurra.

Venendo a tempi più recenti, non si può non citare fra le “extraordinary women” del mondo dell’educazione la tedesca Petra Jaeger, la quale ispirandosi ai primi esperimenti danesi ha creato nel 1996 il primo Waldkindergarten (asilo nel bosco) che abbia avuto un riconoscimento ufficiale a livello statale, dando la spinta decisiva alla diffusione in tutta Europa dell’educazione all’aperto e dei vari metodi Outdoor, fondati sul diritto dei bambini al rapporto con la Natura e su una visione libertaria dell’infanzia. Oppure Gerlinde Lill, che da Berlino sta divulgando il pensiero e la pratica del Lavoro Aperto nei servizi per l’infanzia, basato sullo scardinamento dell’idea di sezione in favore di una democratica libertà di movimento dei bambini attraverso stanze funzionali, create in base ai loro bisogni ed interessi. Entrambi i metodi mettono al centro il bambino, come co-costruttore delle esperienze ed attivo protagonista dei propri percorsi di crescita.

Libertà, rispetto, diritti: sono termini e concetti che ricorrono nei contributi di tutte queste pedagogiste, indipendentemente dal periodo storico e dalla provenienza geografica. E forse non è un caso visto che, in quanto donne, hanno inscritto nel proprio DNA un secolare percorso di rivendicazione di diritti e libertà che, forse, le rende maggiormente sensibili nel volerli garantire a tutti: bambini e bambine, oltre qualsiasi identità di genere.

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