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PER UN’EDUCAZIONE ALLA FELICITA’

Dalla Risoluzione A/RES/66/281 dell’Assemblea Generale dell’ONU:

“L’Assemblea generale […] consapevole di come la ricerca della felicità sia uno scopo fondamentale dell’umanità, […] riconoscendo inoltre la necessità di un approccio più inclusivo, equo ed equilibrato alla crescita economica che promuova lo sviluppo sostenibile, l’eradicazione della povertà, la felicità e il benessere di tutte le persone, decide di proclamare il 20 marzo la Giornata Internazionale della Felicità, invita tutti gli stati membri, le organizzazioni del sistema delle Nazioni Unite, e altri organismi internazionali e regionali, così come la società civile, incluse le organizzazioni non governative e i singoli individui, a celebrare la ricorrenza della Giornata Internazionale della Felicità in maniera appropriata, anche attraverso attività educative di crescita della consapevolezza pubblica […]

A partire dal 2012, l’ONU ha stabilito che ogni anno alle soglie della Primavera debba essere celebrata la Giornata Internazionale della Felicità: il 20 marzo, giorno dell’equinozio di primavera, che rappresenta simbolicamente l’inizio del fiorire della vita.

Non è certo nostra pretesa sciogliere in questa sede una delle domande esistenziali che attanaglia da millenni l’essere umano: che cos’è la felicità?

E’ inutile negare che, come tutti i concetti complessi, anche questo sfuma inevitabilmente nel relativismo – ciò che rende felice me potrebbe non rendere felice te – e viene a connotarsi anche da un punto di vista storico, sociale e culturale. La felicità per molti bambini del Terzo Mondo tormentati dalla miseria è per esempio legata ai bisogni primari; e niente più del momento storico che stiamo vivendo, segnato dall’emergenza sanitaria da Covid-19, ci fa comprendere quanto cose che davamo per scontate si siano trasformate in simboli di felicità: un abbraccio, un bacio, persino un aperitivo con gli amici… Esempi banali ma immediati, che ci spingono a non imboccare la strada di un lezioso quanto inutile tentativo – a metà strada tra filosofia e retorica – di dare una definizione di felicità.

Ciò che invece ci interessa, da educatori, è provare a rispondere ad un’altra domanda: qual è il fine ultimo dell’educazione?

A fronte di questo quesito, pedagogisti, educatori, insegnanti – oggi come nel passato – si accalcherebbero a rispondere, ciascuno a suo modo. Anche tralasciando le teorie ormai più che superate (almeno nei servizi 0-6 anni, se non ahimé! nei gradi scolastici successivi) che vedono una corrispondenza fra educazione e didattica e puntano tutto sulla trasmissione nozionistica e unidirezionale alle nuove generazioni, le risposte sarebbero certamente tra le più varie.

Molti probabilmente per individuare il fine dell’educazione ricorderebbero l’etimologia della parola stessa “educazione”: dal latino ex-ducere, “tirare fuori da”, ossia estrarre dal bambino o dal ragazzo ciò che ha già dentro di sé, e non inzepparlo di nozioni (e qui, magari, si può aggiungere una citazione sempre appropriata di Francois Rabelais ripresa nientemeno che da Montessori, ossia “il bambino non è un vaso da riempire, bensì un fuoco da accendere”).

Altri utilizzerebbero termini quali sviluppo delle potenzialità (o dei talenti) del bambino e della bambina, sviluppo di autonomia, identità, competenze e cittadinanza (rifacendosi in questo caso alla fonte più che autorevole rappresentata dalle Indicazioni Nazionali del MIUR).

O ancora, qualcuno direbbe che il fine dell’educazione è rispettare l’unicità del singolo bambino o bambina, nei suoi modi e nei suoi tempi, portando ad espressione la sua peculiare ed irripetibile individualità.

Oppure coloro che si muovono all’interno di una dimensione più “olistica” parlerebbero di sviluppo integrale e bilanciato della personalità di bambini e bambine, in un equilibrio che armonizzi aspetti cognitivi, corporei, affettivi, relazionali…. Anche virando sull’intelligenza emotiva e sull’educazione emozionale come base di qualsiasi processo di crescita.

Mentre chi preferisce una visione sistemica e socio-culturale della questione, citerebbe la comunità educante, il fine sociale dell’educazione come mezzo per modificare radicalmente il futuro dell’umanità stessa. O scomoderebbe le competenze trasversali, le competenze chiave dell’Unione Europea, le Skills for Life dell’OMS, la Commissione per l’Educazione del XXI secolo dell’Unesco….

In un tempo brevissimo, in un’ipoteticatavola rotonda” sul tema “qual è il fine dell’educazione?”, siamo certi che si scivolerebbe a parlare di metodologie più che di fine: è necessario sviluppare la creatività di bambini e bambine, bisogna usare lo strumento dell’arte, incentivare la libertà di espressione, la promozione di diversi linguaggi; sono necessari metodi autocorrettivi, approcci che promuovano l’autonomia e l’autostima; va recuperato il rapporto con la Natura, un’ottica libertaria e democratica, la capacità di scelta autonoma; il bambino va reso attivo e messo al centro del suo processo di apprendimento, come co-costruttore di saperi….e così via.

E’ facile leggere tra le righe di quanto scritto finora i numerosi riferimenti ad autori, metodi ed approcci psico-pedagogici, ben noti a tutti coloro che lavorano nel campo dell’educazione: a nostro avviso, tutti validi, fondati, condivisibili, e fondamentali anche per noi nella nostra pratica educativa quotidiana. Ma è necessario andare ancora più a fondo per rispondere alla domanda di partenza in modo semplice e conciso. Siamo tutti d’accordo su un mucchio di cose (anche se magari le diciamo ognuno in modo diverso), ma in una parola: qual è il fine dell’educazione?

Al di là delle “mode” che come sappiamo di volta in volta portano alla ribalta una corrente educativa piuttosto che un’altra, al di là delle scelte di campo o di metodo, del nome che attribuiamo al modello educativo che scegliamo o che sperimentiamo, è forse lecito pensare che alla base dell’iceberg – di cui quanto detto finora è solo la punta –  il fine ultimo dell’educazione, detto in una sola semplice parola, è: LA FELICITA’.

Rileggiamo le prime righe della Risoluzione ONU che ha proclamato la Giornata Internazionale della Felicità: la ricerca della felicità è uno scopo fondamentale dell’umanità. Eccola qui la risposta.

Si possono scomodare teorie, autori, pedagogisti, psicologi, correnti autorevoli, ma alla fine, oltre e alla base di tutti questi fondamentali contributi, ci sembra di poter cogliere sempre e solo un’unica verità condivisa: l’educazione tende al BEN-ESSERE, allo stare bene come esseri umani, da un punto di vista esistenziale. Il ben-essere di tutti: in primis dei bambini e delle bambine, destinatari diretti dell’agire educativo; ma anche delle famiglie, destinatarie indirette del medesimo agire educativo; degli educatori, valorizzati nel loro ruolo eticamente e socialmente centrale; della società, in quanto comunità educante.

Si è detto all’inizio che la felicità è un concetto sfuggente, relativo ed indefinibile: in quanto tale, è inevitabile che la felicità risieda dentro di noi, e non è identificabile con qualcosa di esterno. Ecco allora che è facile accostare il concetto di felicità a quello di ben-essere: stare bene dentro, nel proprio essere più profondo, è ciò che può renderci felici.

Affermare senza troppi giri di parole che il fine dell’educazione è, pertanto, la felicità è forse un’idea troppo ambiziosa, al limite dell’irrealizzabile? Sì, lo è.

E si tratta dunque di un’utopia? Sì, si tratta di un’utopia.

Ma l’utopia non è affatto un limite per chi fa educazione: perché rappresenta una spinta all’agire, perché proprio questo tendere continuo verso una meta è ciò che mette in moto i processi, ed è quanto di più vicino alla vita reale.

Una volta, proprio parlando della possibilità di una scuola che educhi alla felicità, il fondatore dell’Asilo nel Bosco di Ostia Paolo Mai ha citato un illuminante aneddoto legato allo scrittore uruguayano Eduardo Galeano. Un giorno, chiacchierando con Galeano, il regista Fernando Birri gli chiese: “Ma a che serve questa utopia? Io cammino d’un passo e lei si allontana di un passo, faccio due passi e lei si allontana di due passi, se faccio dieci passi lei si allontana di dieci passi…” “Bhé” rispose Eduardo Galeano, “Ma stai camminando”.

Camminiamo, dunque. E siamo felici!

 

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